Design e oggettistica.
Nella
civiltà del design l’attenzione ai materiali lapidei è maturata in
tempi piuttosto recenti, e solo negli ultimissimi anni si è fatta
consistente più sul piano qualitativo, per la presenza d’eminenti
autori, che non su quello quantitativo, per il numero dei modelli e per la
diffusione commerciale. I designers hanno esplicitamente dichiarato di
essere disponibili per ogni sperimentazione roirata ad una maggiore
conoscenza della materia e dei modi di trattarla. Evidentemente il
misurarsi con la pietra e col marmo costituisce un impegno assai
accattivante, che sollecita e stimola la fantasia. I tempi per quella
rivisitazione da tutti auspicata sembrano propizi, occorre solo che gli
operatori pubblici e privati si rendano partecipi delle numerose richieste
e disponibilità da più parti manifestatesi, secondo una strategia che si
traduce in operazioni concrete di promozione e di ricerca. Notiamo che
l’impiego del travertino, se non sporadico o marginale, non si è fatto
mai cospicuo, almeno nel senso di aver raggiunto una certa tipicità e
costanza per determinati prodotti. Gli oggetti che conosciamo certificano
innanzi tutto che i progettisti hanno sempre saputo apprezzare la proprietà
della materia, cosi viva e ineguale, fino a farla diventare talora
raffinatissima e preziosa, specie nei manufatti di piccole dimensioni.
Solo raramente l’improvvisazione si è sostituita alla razionalità del
metodo di ricerca, sempre necessario se è vero che, come osserva Gian Casè,
“per gli oggetti in pietra il problema è veramente arduo giacché la
peculiarità del materiale non ne circoscrive l’impiego ma impegna
maggiormente il disegnatore”. Fu Tobia Scarpa (nel 1968 i suoi prototipi
furono presentati nella memorabile mostra di Carrara, curata da Licisco
Magagnato) a riscoprire il travertino, adoperandolo assai irritualmente
per una radio e per una libreria componibile con ripiani di legno, più
tardi eseguiti anche in serpentino. Modelli, ambedue, di gran compostezza
formale e di limpida concezione, interessanti specialmente perché nel
primo caso le sottili lastre davano luogo a un tegumento contenitore,
mentre nel secondo i blocchetti di forte spessore erano assemblati e
sovrapposti in funzione strutturale. Due giuste indicazioni per due
destinazioni diverse. Nella stessa esposizione Enzo Mari aveva scelto il
travertino per costruire il suo “Campo di giochi” per bambini: otto
grossi lastroni distanziati recingevano uno spazio di circa 28 mq.,
pavimentato in lavagna, di assoluta essenzialità per favorire la
creatività dei ragazzi. Gli impieghi ulteriori si hanno specialmente
nell’oggettistica di Giusti e Di Rosa per UP & UP. Ad essi si deve
una varietà di modelli assai estesa che comprova come il travertino si
adatti anche a forme e a spessori modesti, a sagome e profili disegnati e
modanati con sottigliezza. Si possono ricordare vari altri oggetti, quale
ad esempio uno splendido tavolo di Lorenzo Papi delicatamente inciso da
cerchi concentrici estesi a quasi tutta la superficie. Si tratterebbe di
pezzi unici non documentabili, che non hanno fatto né fanno storia perché
vivono in clandestinità, progettati e realizzati in circostanze
occasionali e per arredi particolari. Volgendoci al futuro, e ipotizzando
incentivi e sostegni da parte di istituzioni ed enti pubblici o privati,
intesi a richiamare sul travertino gli interessi della migliore
progettualità italiana, crediamo che sia bene portare l’attenzione sul
tema dell’arredo urbano e sull’ampia casistica che esso comporta. Di
arredo urbano si parla e si scrive da tempo, a cominciare dalle prime
esperienze anglosassoni degli anni postbellici. I1 concetto stesso è
stato approfondito prima dalla cultura del Townscape facente capo specialmente all’Architectural Review, poi
gradualmente anche da noi in studi, dibattiti, convegni che hanno
interessato il mondo dell’architettura ma anche le parti politiche e gli
amministratori. Pur non escludendo che i problemi dell’arredo possono
toccare anche i cittadini nella sfera del privato, pacifico che riguardano
soprattutto le strutture pubbliche e gli organi di tutela: di qui il
dilatarsi delle responsabilità e dei programmi ai vari livelli e
competenze. Ora, se ~ vero che l’intera cultura della città, che si
estende dalla conservazione alla gestione di una quantità di fattori
condizionanti (infrastrutture, traffico, tempo libero, decentramento e
dislocazione delle funzioni ecc.) deve affrontare i problemi
dell’arredo, d’ordine, dunque, molto generale, e se è pure vero che
la cura dell’arredo impone anzitutto di far pulizia di tutti i disturbi,
le superfetazioni che in decenni d’incuria si sono depositati e
concrezionati sul corpo urbano, è anche vero che qualche cosa si deve aggiungere,
perché certe funzioni e servizi li esigono, e non potrebbero
esplicarsi senza la presenza di oggetti e di elementi che finiscono per
modificare più o meno, sia pure in modo non irreversibile, l’immagine
dell’ambiente. Il problema dell’aggiungere e anche del trasformare,
insomma, esiste quasi dovunque, e per ogni luogo, dal parco al giardino,
dalla via alla piazza, dal chiostro al loggiato al cortile. E non si può
dire che siano mancate proposte anche intelligenti e accettabili, che
tuttavia sono ben lontane dall’aver fornito soluzioni ottimali e
generalizzabili. Prevalgono comunque, e naturalmente trovano estesi
consensi, prodotti mal disegnati e sbagliati. E risultati ancora più
deteriori si hanno quando le amministrazioni adottano il criterio del caso
per caso, lasciando agli uffici tecnici i compiti della progettazione e
della scelta. E’ un campo, dunque, molto aperto alla progettualità più
matura e culturalmente orientata, in grado cioè di imboccare la strada
giusta, in modo metodicamente corretto e attento alle esigenze e ai
caratteri ambientali. In questo campo il travertino, materiale principe
per resistenza e durata, potrebbe trovare applicazione assai estesa
nell’ambito di un programma organico, di un programma di ricerca inteso
sia alla verifica storica che dovrebbe fornire un quadro generale circa la
compatibilità con le preesistenze, sia alla definizione e delimitazione
di una casistica delle funzioni e dei servizi per i quali si possa
prevedere la proprietà di impiego, sia infine alla creazione di modelli
adatti alla più ampia seriazione e quindi alla produzione industriale. Si
tratta di un’operazione di design ad alto livello nel senso più
classico del termine, se è vero che il design è progettazione non solo
delle forme, ma dei processi che debbono renderle significanti.
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