Il Travertino nella storia dell’arte.

DALL’ANTICHITA CLASSICA AL BAROCCO

Materiale petroso si può ben dire di forte personalità, giacché non facilmente manipolabile, il travertino si é offerto nei secoli ad uso architettonico, sin strutturale, sin decorativo, quanto ad un uso plastico. Il travertino é un materiale da costruzione per gli etruschi, lo utilizzano per muri, porte di città; ma anche un materiale plastico per cippi, per urne funerarie, con le quali entra nella produzione di una vera e propria industria artistica che riproduce modelli. Altrimenti è diffuso come materiale da costruzione templare nella Magna Grecia. Nell’edilizia monumentale romana ricorrente, dai ponti, Milvio, Fabrizio, di Agrippa, di Caracalla (poi Sisto), all’Arco di Augusto a Fano, a basiliche e templi (Giunone Sospita, della Speranza nel Foro Olitorio), a portici, da facciate di tombe alla stessa edilizia privata, alla stessa pavimentazione. Anche quando il ricorso al marmo diventa più frequente, il travertino rimane il tipico materiale per grandi imprese edilizie romane come il Teatro di Pompeo, il Teatro di Marcello, e l’Anfiteatro Flavio. Durante il Medioevo il travertino é un materiale edilizio, monumentale e non, in particolare in città dell’Italia centrale, come Perugia, Ancona, Ascoli Piceno, Rieti. Ma è nel barocco romano che il travertino diventa un materiale monumentale architettonico quanto plastico di grande impiego e di forte suggestione espressiva. Gian Lorenzo Bernini lo utilizza per le sue fontane, del Tritone (1642-43), delle Alpi (1644), dei Fiumi in Piazza Navona (1948-51), ove tuttavia sopportava interventi di pittura, ma anche in ambienti architettonici, sia servendosene nelle mostre come presenza figurata di rocce naturali, come nelle sottofinestre e negli spigoli a bugnato grezzo di Palazzo Montecitorio (1650-55), sia realizzandovi il colonnato di San Pietro (1656-67), sia utilizzandolo per facciate, come in particolare quella di Sant’Andrea al Quirinale (1658-61). Per il Bernini l’uso del travertino vale quale richiamo diretto alla natura. Persino Francesco Borromini, che certo ama altri materiali, più corrivi, come il cotto, lo utilizza per il fiammeggiante coronamento della spirale di Sant’Ivo alla Sapienza (1642-62). E ne ricorre l’impiego in diverse facciate di Pietro da Cortona: dei S.S. Luca e Martina (1635-50), di Santa Maria della Pace (1656-57), di Santa Maria in Via Lata (1658-62). E, il travertino ha grande fortuna anche nell’edilizia monumentale settecentesca romana, per esempio nella Scalinata di Trinità dei Monti di Alessandro Specchi e Francesco De Sanctis, nel restauro della facciata di Santa Croce in Gerusalemme (1743) di Domenico Gregorini e Pietro Passalacqua, e trionfa nella mostra monumentale quanto nelle anfrattuose rocce della fontana di Trevi di Nicola Salvi (progettata nel 1733), ove il riferimento alla natura è esplicitamente clamoroso nella sua ampiezza scenografica.

GLI ESEMPI CONTEMPORANEI

Una sua fortuna il travertino la ha nuovamente in episodi dell’edilizia monumentale romana tardottocentesca, come il Palazzo di Giustizia di Aristide Calderini (concorso 1882-84). E poi nell’ambito stesso dell’insieme della Città Universitaria piacentiniana, negli anni Trenta. Come del resto, alla fine di questi, nell’E42. Ma, a parte l’impiego edilizio, peraltro rilevante, espressivo è il ricorso al travertino nell’ambito della scultura contemporanea. Gli esempi sono numerosi, e possono essere indicati a titolo esemplificativo, rilevando in ogni caso un loro infoltirsi negli ultimi decenni, non soltanto in Italia. Ricordo il fregio di Angelo Zanelli nel Monumento a Vittorio Emanuele II, in clima simbolista. E travertino usa uno scultore che in quel clima si è formato quale lo slavo Ivan Mestrovic, che se ne serve in particolare nel periodo più tardo della sua attività (dal San Gerolamo e il Sisto V sulla facciata dell’Istituto di San Gerolamo a Roma, in Piazza Augusto Imperatore, del 1942, a sculture come Supplica e L’autore dell’Apocalisse, del 1946). Ma anche Costantin Brancusi, che utilizzava abitualmente materiali diversi, dal marmo al legno all’acciaio, si è servito del travertino per l’insieme monumentale (Tavola del silenzio, e Porta del bacio), realizzato nel 1937 nel Parco Pubblico di Tirgu Jiu, in Romania, costruendo immagini di forte suggestione arcaica archetipa. Mentre Henry Moore se ne è servito frequentemente fino dagli anni Venti-Trenta, in sculture di piccole dimensioni (come la primitiveggiante Figura con le mani incrociate, del 1929, del Museo di Tel Aviv; o Figura, del 1933, astratto-organica, o Scultura, del 1936, astratto-archetipa). E tuttavia successivamente anche in particolare per sculture di grandi dimensioni a cominciare dalla Figura distesa, del 1957-58, in travertino romano, posta di fronte all’edificio dell’UNESCO a Parigi (di Marcel Breuer, Pier Nervi, ed Elmud Zehrfuss), o in altre grandi sculture come Figura distesa, del 1961-69, Due forme, del 1966, in travertino rosso, o Forma distesa interna: ovale, del 1965- 68, pure in travertino rosso. Nell’ambito della scultura italiana il ricorso al travertino è frequente, a volte episodico, per esempio nei due leoni di Dino Basaldella per l’E42, o in qualche scultura di Giancarlo Sangregorio degli anni Cinquanta, in una figurazione di forte impronta realista espressionista, o poi in sue opere monumentali astratte, strutturali, come In ogni città, del 1963. Episodico è anche l’uso del travertino da parte di Pietro Consagra, che lo combina con il bronzo nel suo Colloqui con la luna, del 1960. A1 travertino ricorre anche Lorenzo Guerrini, tipico scultore in pietra, per un nuovo ciclo di sue sculture nel 1968, insieme di steli assottigliate, dopo aver impiegato correntemente dalla seconda metà degli anni Cinquanta varie pietre, di Marino e di altri luoghi del Castelli romani, e pietra tuscia, basalto del Vesuvio, e pietra Samantha. Lo utilizza episodicamente anche Giò Pomodoro, per esempio travertino giallo turco nel suo grande Uroblo, del 1973-74. Particolare è l’uso che ne fa negli anni Settanta Giulio Ciniglia, nelle sua figurazione espressionista fortemente simbolica, sia utilizzandolo da solo, in sculture di grandi dimensioni (quali Donna seduta, Circe, del 1972, Narciso, Per il sole, del 1973), sia combinandolo con altri materiali petrosi e non (come in Sogno di Bruto, 1972-77, assieme a marmo statuario, e a legno smaltato, o in Venere dell’EUR, 1976, abbinandovi statuario con travertino di Tivoli e di Bulgaria). Nino Roilo usa travertino colorato, persiano, per alcune sculture di cospicue dimensioni e di notevole monumentalità nel dispiegarsi di forme organiche. Ma il travertino ha una vocazione particolarmente monumentale, anche per un ottimo rapporto con l’atmosfera. E' in travertino il Monumento allo scugnizzo delle Quattro giornate di Napoli realizzato in sintesi espressionista da Marino Mazzacurati, a Napoli, nel 1964-69. Chi tuttavia si è fatto del travertino la materia tipica della propria scultura, quasi in un riconoscersi in tale materia della propria poetica discorsiva e colloquiale, nell’immaginario di archetipi, è Pietro Cascella, da metà degli anni Sessanta (come nel Portale esposto nella Biennale di Venezia del 1966). Lo utilizza sia per sculture monumentali (quali, le maggiori, Arco della Pace), (a Tel Aviv, 1971 Nascita dell’uomo nuovo, a Sasso Marconi, 1971, Monumento a Mazzini a Milano, Fontana degli Sposi, a Carpi, 1975, Cento anni di lavoro, a Parma, 1979-82, Piazza a Milano 3, 1984-85), sia per sculture di modeste dimensioni come numerosissime scolpite in questi due ultimi decenni. E nel travertino realizza la verità materica della propria scultura colloquiale e atmosferica.

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Tratto da: Il travertino di Siena - Enrico Crispolti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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